domenica 28 febbraio 2010

Maledette etichette


C'è sempre un senso di sfida e di stimolo per un grafico quando deve progettare un logo o un'etichetta.

Perdersi piacevolemente negli equilibri di font, colore, stile, in mille tentativi alla ricerca della perfezione, cavandosi gli occhi davanti al monitor.

Perché questo stimolo? Personalmente penso sia il desiderio di applicare qualcosa di mio su qualcos'altro: marchiare, sigillare in ceralacca rossa questo "altro", questa entità misteriosa e sovrannaturale dell'età contemporanea chiamata Marca. Ma c'è di più forse. In grafica l'individuazione di un logo per una marca viene chiamata Identità.

Identità. Logo. Etichetta. Carattere.

Parole molto interessanti, ricche e rotonde. Soprattutto molto profonde, nelle quali si possono leggere delle analogie e delle sfumature che creano un ponte sotterraneo che dalla grafica porta alla nostra vita, al nostro modo di essere.

La mia ricerca di un'identità personale si centuplica ogni volta che cerco di produrre un marchio per qualcun'altro nel quale cerco di raccontare la sua storia, ma anche di imprimere il mio stile, la mia firma, il mio modo di essere. Si cerca di oltrepassare il confine che separa il nostro essere "noi" dal nostro voler essere anche altro. È la caratteristica di ogni progettista, e di chiunque svolga un mestiere creativo: lasciare un'impronta ben evidente di sé nelle cose che fa.

Si cerca comunque di fare in modo che tutto ciò che esca dalle nostre mani venga riconosciuto anche come nostro, oltre che essere l'immagine di un altro. Quasi un lavoro di camuffamento. I grandi maestri sono riusciti a fare questo: a veicolare il loro pensiero e gusto attraverso le immagini che hanno dato ad altri.

L'etichetta è il vestito che si crea per definire un prodotto, per dargli identità e soprattutto per renderlo attraente, desiderabile.

Noi etichettiamo tutto: dalle scarpe, alle marmellate della nonna, ai cd, alle persone, ai sentimenti. È il nostro bisogno razionale di inscrivere qualcosa di molto vasto in uno spazio piccolo, gestibile, catalogabile, consultabile. E nel quale non vogliamo correre il rischio di perderci e manteniamo il controllo della nostra posizione grazie ai confini delimitati dalle nostre etichette.

I nostri amati amici francesi coniarono il termine étiquette per definire l'insieme delle norme di buon comportamento e il fitto intreccio di regole che vigevano alla corte di Francia. Una giungla di norme e codici. E la parola étiquette ha la sua etimologia in etica... Ancora intrecci di significati, e coincidenze linguistiche a dir poco ironiche.

Se l'etichetta, il galateo quindi, stabilisce quelle che sono le "buone maniere", le norme di comportamento formale, superficiale, del vivere civile, così l'etichetta che ogni grafico progetta altro non è che il vestito buono che il prodotto indossa per farsi notare, apprezzare e amare ancor prima di essere conosciuto, consumato.

Arte della seduzione? Strategie del desiderio? Trucchi di bellezza?

Sicuramente c'è dell'altro.

Compra lui, e sceglierai me.



giovedì 25 febbraio 2010

Grigio fumo


Fumava Cary Grant.
Fumava James Dean.
Fumava Bette Davis.
Fumava Coco Chanel.
Fumo anch'io.
Fumo tantissimo. Ho sempre fumato. Nonostante i tentativi di smettere non sono mai riuscito a staccarmi da questo piacere.
Un piacere che si collega tantissimo anche al lavoro, allo stare davanti al computer, e all'essere sempre e comunque molto nervoso.
Fumo continuamente specialmente quando ho un'idea che mi prende e che devo visualizzare in poco tempo. Sono sempre stato un tipo con poca pazienza.
Fumare è considerato out? Allora se è così, fumare è decisamente intonato all'essere out couture, al rappresentare quel fuori moda, quel non so che di datato e fuori stagione, ma innatamente classico e semplice che difficilmente abbandonerà il palcoscenico della vita.
La sigaretta è bianca, cilindrica, pulita. Una forma minimale. Dritta come la I dell'Helvetica, e altrettanto netta, solida, affidabile. Sai sempre che c'è - l'Helvetica intendo - su qualsiasi computer è installato, e sicuramente non passerà di moda molto facilmente. Per le sigarette il discorso cambia, se ti accorgi di averle finite e il distibutore automatico, come sempre, è guasto...
Se non ci fosse il fumo non ci sarebbe la chiarezza. Quante volte non riusciamo a vedere chiaramente un pensiero, a dire una cosa, perché c'è sempre qualcosa che ci impedisce una chiarezza, un'immediatezza?
Il fumo ha la sua utilità. La riflessione? Il rito? La pausa?
Il fumo ha il suo colore.
Il grigio.
La mezzatinta, quel "mezzo colore" che accostato ad altri più forti ne esalta la lucentezza e la forza.
Antracite. Perla. Tortora. Fumo di Londra. Asfalto. Canna di fucile.
Una nube, un temporale, un giorno di febbraio, un inverno freddo.
Una sigaretta accesa.

martedì 23 febbraio 2010

Parlare in grassetto


Inizio a scrivere questo blog, che dovrebbe parlare di grafica, scrittura, comunicazione e quant'altro con una bella bronchite e un forte abbassamento di voce.
Ho sempre avuto il vizio di visualizzare le voci delle persone come se fossero delle font: serif, sans serif, bold, light, italic...
Direi che oggi mi trovo in gola un Bodoni Poster corpo 100, molto bello a vedersi, e forse anche a sentirsi, ma difficile da gestire mentre si impagina un discorso! Le sue grandi spanciature, il nero in abbondanza che appesantisce la pagina, le grazie squadrate e solide, il suo rotolare giù fra le righe come un colpo di tosse, me lo fa sentire particolarmente vicino oggi.
In particolar modo la lettera R maiuscola del Bodoni Poster mi fa venire in mente la tosse.
Un suono Roco, Ruvido, Raschiato. Una consonante vibrante, solida e dinamica insieme, con quella gamba inclinata che si protende come un passo, deciso sì, ma con la leggerezza innata del ricciolo finale che lo rende quasi saltellante.
Come saltare a piè pari una pozzanghera, in un giorno di pioggia come questo.