
Da sempre l'essere umano marca il territorio e i propri possedimenti.
Dai graffiti, alla Grande Muraglia, al monogramma di Maria Antonietta, tutti si sono presi la briga di dire "questo è mio", "questo sono io".
Sicuramente da tutto questo nasce il marchio, cioè la firma. La firma è una delle cosa che ci appartiene da quando abbiamo imparato a scivere, e che si porta dentro noi stessi. Un segno che ci caratterizza, che abbiamo elaborato, magari anche cambiato nel corso degli anni, ma che ci racconta.
Si firma di tutto involontariamente, a malincuore, senza pensarci; ma si sigla, si marca, quello a cui teniamo, tutto ciò che vogliamo resti attaccato a noi.
Perché ci teniamo, perché ne andiamo fieri, perché non vogliamo perdere le nostre cose, e speriamo che una firma prima o poi le riporti a casa.
E ne hanno fatta di strada le nostre firme, dalla scuola elementare fino ad adesso. Mi ricordo che da piccolo non capivo come gli adulti potessero avere delle calligrafie così brutte e illeggibili. Pensavo: forse è per far vedere come sono bravi a scrivere veloce!
Sarà stato questo pensiero, o forse sarà stato un segno di quello che poi sarebbe diventata la mia vita di grafico, ma ho sempre curato la mia calligrafia. Sicuramente c'è dell'egocentrismo in questo, in quest'attenzione all'aspetto estetico della scrittura. Ho sempre cercato di non far imbruttire la mia firma dal passare degli anni. E spesso, inavvertitamente, mentre per esempio sono al telefono, scrivo tutto l'alfabeto usando un solo segno, senza mai staccare la penna dal foglio. Un tic che ho da tantissimi anni.
Io firmo i miei libri, anche quelli che non ho ancora letto. Solo con il nome.
Mia sorella firmava i dischi, quando esistevano i vinili. Ora ovviamente non firma i cd, sono sicuro che non sente la stessa soddisfazione a firmare il cofanetto di plastica piuttosto che la bella copertina quadrata di un 33 giri di Renato Zero.
Mi sono capitati sottomano ultimamente dei dischi di quando mia sorella andava al liceo e all'università: si sta parlando della fine degli anni '70, e del pieno degli anni '80. Ce ne sono tantissimi che in alto a destra o a sinistra hanno la sua firma: Stefy. Una firma molto carina, tondeggiante, allegra, con la y che scodinzola sotto tutta la lunghezza del nome. Il suo marchio, e soprattutto una firma che aveva uno scopo. È la firma fatta sui dischi che si portavano alle feste. Dischi che non si volevano perdere e non si volevano scambiare con quelli di qualcun'altro. Dischi suonati nei garage o negli scantinati dei compagni di corso e dei fidanzati. Dischi molto amati.
Guardando quella firma mi sembra ancora di rivedere quegli anni. Anni di spalline e capelli cotonati, occhi truccati con ombretti improbabili, colori luminosi, lucidalabbra alla fragola. Anni tondeggianti e morbidi come le nuvole, tondi come la firma di mia sorella, come il logo dei Chupa Chups o delle Big Babol. Scintillanti di glitter e stelline colorate, sognanti come gli angeli di Fiorucci.
Volati via in una corsa in Ciao, quando mia sorella mi veniva a prendere a scuola e io mi stringevo forte a lei.
Scolpiti per sempre in quella firma.

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